Pignoramento per debiti fiscali, la trappola dei 60 giorni La Cassazione gela i correntisti

Cartelle esattoriali: stop della Cassazione (28520/2025): nel pignoramento esattoriale (art. 72 bis) la banca deve versare al Fisco tutti i fondi arrivati sul conto entro 60 giorni
Immagina questa scena: ricevi una notifica di pignoramento sul tuo conto corrente da parte di Agenzia delle Entrate-Riscossione. Un incubo. Guardi il saldo ed è a zero, o magari addirittura in rosso.
Tiri un sospiro di sollievo pensando: “Non possono prendere nulla”. 

Sbagliato
Drammaticamente sbagliato. Da quel momento, per sessanta lunghissimi giorni, il tuo conto diventa una scatola vuota pronta a inghiottire ogni centesimo che oserà entrarvi.
Lo stipendio che aspetti? Il pagamento di un cliente? Un bonifico da un parente?

Tutto svanito, risucchiato direttamente nelle casse dell’agente della riscossione.
Non importa se al momento della notifica non avevi un euro.
Per due mesi, ogni somma che transita su quel conto non è più tua.

La banca tra due fuochi. Esempio reale
La sentenza nasce proprio da un caso emblematico. Un istituto di credito, dopo aver ricevuto un pignoramento esattoriale, aveva versato all’agente della riscossione non solo il saldo presente, ma anche tutte le somme affluite nei 60 giorni successivi. Questa operazione aveva generato un’esposizione debitoria per il correntista, che si era visto segnalare alla Centrale Rischi della Banca d’Italia. La Suprema Corte, di fatto confermando la correttezza dell’operato dell’istituto nel versare i fondi, ha ribadito che la banca non ha scelta. È obbligata per legge (in base all’articolo 546 del Codice di procedura civile) a bloccare quelle somme e a girarle al Fisco. In sintesi: per 60 giorni, il conto corrente non appartiene più al titolare, ma diventa una stazione di transito obbligata verso l’Agenzia delle Entrate.